lunedì , 10 Agosto 2020

America: un sogno infranto

Sono trascorsi dieci giorni dalla morte di George Floyd a Minneapolis e, di fronte a un evento del genere, ci si interroga sulla deriva antidemocratica e razzista di un grande Paese come gli Stati Uniti. L’omicidio Floyd, infatti, è stato il primo di una lunga serie, negli Stati Uniti, provocato da agenti di polizia bianchi, che nell’esercizio della loro funzione di tutori della legge, si sono arrogati il potere di vita e di morte sui cittadini afroamericani da loro fermati. Prima di lui, c’era stato il caso di Eric Garner che il 17 Luglio 2014 a Staten Island morì per soffocamento, provocato da un poliziotto bianco. Secondo il periodico ufficiale della National Academy of Sciences, (NAS), essere uccisi durante un arresto da parte della polizia, rappresenta in Nord America la sesta causa di morte per gli uomini di età compresa tra i 25 e i 29 anni. Ma rispetto ai bianchi, gli afroamericani sono quelli più a rischio.

La drammatica vicenda di George Floyd, ha dunque riportato alla luce l’antico fenomeno dell’odio razziale, mai debellato nei confronti della comunità di colore e le manifestazioni di protesta di questi giorni in varie città degli Stati Uniti, sono il segno tangibile, di una discriminazione etnica e sociale ancora evidente, in un Paese che dopo l’elezione del primo Presidente di colore, sembrava avesse chiuso i conti con il suo oscuro passato. Purtroppo, invece, il grido di dolore “I can’t breathe” di quell’uomo steso a terra e bloccato dal ginocchio di un “solerte” poliziotto bianco sul collo, rappresenta la fine del sogno americano, di un paese ipocrita in cui molti appaiono nostalgici della schiavitù e delle sue catene. Un Paese che in passato, è stato terra di opportunità, di svolta e di cambiamento, soprattutto per molti immigrati della vecchia Europa e che adesso ci appare, come un luogo di sogni infranti, spezzati, soffocati come il povero Floyd. Su quella strada, non c’era solo il corpo di un uomo che chiedeva di respirare; ma c’era un’intera nazione che annaspa a causa di un presidente che con modi da gangster ordina alla polizia di spargere gas lacrimogeni e di sparare pallottole di gomme per farsi largo tra i manifestanti, per poi agitare la Bibbia come se fosse una sua proprietà.

C’era un Paese in cui esiste ancora una segregazione scolastica che prevede le quote razziali per l’accesso alle università, soprattutto quelle più prestigiose e con un sistema sanitario che cura solo chi possiede un’assicurazione. C’era un Paese in cui il Diritto si esercita con la pena di morte e infine, c’era un Paese che ha dimenticato uomini e donne come Abramo Lincoln , Rosa Parks, Martin Luther King , simboli della lotta non violenta per i diritti civili. Non vogliamo questa America. Non vogliamo che il Paese delle opportunità per tutti e dei sogni che si realizzano, venga oscurato dalla spirale dell’odio razziale. Ci piace pensare a un Paese in cui il colore della pelle non debba fare temere per la propria incolumità, in cui i tutori della legge non siano dei giustizieri aguzzini. Il sogno americano al momento, è solo utopia.

A proposito di Carla Messina

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