
Nel momento in cui mi appresto a scrivervi i contagiati del Coronavirus ammontano a 6.387, 366 i deceduti e 622 i guariti. Secondo i dati divulgati dalla protezione civile la Lombardia con 3.372 positivi è la regione con più casi registrati, seguita dall’Emilia Romagna con 1.097 casi. Nei giorni scorsi abbiamo raccontato l’evoluzione dell’epidemia da Milano, dal cuore della Lombardia dove sono stati registrati i primi focolai nella bassa lodigiana, Codogno e Casalpusterlengo i comuni più noti della cosiddetta zona “rossa”. Nel corso delle due settimane di allerta le prime misure sono entrate in vigore progressivamente inducendo alla chiusura scuole, università e luoghi di aggregazione; ciò ha influenzato la vita sociale e ha comportato delle ricadute sull’economia del Nord d’Italia bloccando centinaia di attività e aziende di ogni genere. Tuttavia le condizioni generali hanno subito una rapida e progressiva mutazione a causa della repentina diffusione del contagio in tutto il centro-nord e tale scenario ha indotto le Istituzioni nazionali a mettere in campo delle misure drastiche: la chiusura della regione Lombardia e di 14 province e l’istituzione di una zona “rossa”, successivamente ribattezzata dal Ministro della Salute Roberto Speranza, zona “arancione”. I territori coinvolti dal provvedimento attualmente non ricevono una sorveglianza attiva e instaurare una cintura isolante lungo il confine della red zone appare indubbiamente impensabile, per questi motivi pur senza rinunciare a sanzioni pesanti, ad esempio la chiusura dei locali che non rispettano le direttive o le condanne a tre mesi di carcere per gli incauti che abbandoneranno i suddetti territori in assenza di validi motivi, si sta provvedendo ad una pervasiva opera di divulgazione delle direttive basilari utili per scongiurare un aumento esponenziale del numero dei contagiati, in particolare dei malati cronici che rischierebbero in caso di sovraffollamento delle strutture ospedaliere di subire un calo nella qualità delle cure ricevute che potrebbe rivelarsi fatale per molti sfortunati. Il Presidente della Repubblica, in un breve filmato divulgato dai media la scorsa settimana, aveva richiamato la Nazione ad una maggiore consapevolezza chiedendo ad ognuno di noi di assumere un atteggiamento responsabile e fiducioso nei confronti di quel Servizio Sanitario Nazionale il quale ad oggi, nonostante le oggettive difficoltà derivate anche da un depauperamento drastico e ingiustificato delle risorse nel corso dell’ultimo ventennio, sta rispondendo al meglio delle proprie possibilità, tuttavia ciò non può bastare a contenere un virus estremamente infettivo che proprio per la rapidità nel diffondersi rappresenta una minaccia estremamente pericolosa per noi tutti. Le Istituzioni stanno dando fondo a tutte le risorse di cui dispone l’Italia per arginare il contagio prima che sia troppo tardi; i medici, gli infermieri e il personale sanitario stanno lavorando ininterrottamente con lo scopo di frenare l’epidemia. Tuttavia nei venti giorni appena trascorsi è mancato un terzo componente fondamentale senza il quale tutti i tentativi potrebbero rivelarsi vani: gli italiani. Probabilmente la comunicazione, esageratamente contraddittoria, ha contribuito a confondere le idee ai cittadini che hanno reputato plausibile continuare a mantenere il medesimo stile di vita incuranti del pericolo costituito dal Coronavirus, e dunque fino a questa domenica si è assistito ad assembramenti nei locali, ad aperitivi sotto le stelle, a calici di cristallino spumante tintinnanti, code nei negozi i quali difficilmente riuscivano a garantire e far rispettare il metro di distanza dettato dal decreto ministeriale del 4 marzo. E poi la domenica trascorsa al mare, in compagnia di decine di sconosciuti, giusto per assaporare un gustoso gelato o una focaccia genovese sulla spiaggia di Boccadasse. E poi la movida fiorentina, romana e napoletana, rimaste invariate nonostante le direttive; e in modo analogo, mi giunge notizia, si è tenuta come al consueto la dolce vita nei meandri della “guttusesca” Vucciria di Palermo. Anche a Marsala, nell’ultimo fine settimana, si è assistito al solito tran tran nei locali del centro, in barba alle direttive regionali e ai richiami del Sindaco. E infine, ma non ultimo per gravità, la grande fuga dal Nord di coloro che, emuli delle mitiche gesta di Steve McQueen e Charles Bronson ritratte nel celebre film di John Sturges, si sono affrettati a balzare sul primo treno a disposizione pur di tornare in meridione, senza pensare alle conseguenze che tale decisione avrebbe comportato per le regioni del Sud d’Italia sprovviste di un sistema sanitario all’avanguardia paragonabile a quello messo in crisi dal virus nelle regioni settentrionali. Chissà se alcuni di questi reduci si sono posti la cocente domanda in merito alle probabilità di essere portatori asintomatici del virus! Indubbiamente il panico ha avuto la meglio e la dilettantesca disorganizzazione con cui i suddetti provvedimenti sono stati assunti, seppur sia stata condannata duramente dal Governo l’evitabile fuga di notizie, ha permesso ad una potenziale bomba sanitaria di prendere il cammino in direzione lasagne della nonna. Eppure potrebbero essere proprio i nostri nonni i primi a pagare lo scotto di un simile individualismo, così come in pericolo saranno i nostri genitori prossimi alla fascia a rischio per età o condizioni di salute! Sono numerosi i casi di portatori asintomatici che hanno contagiato la propria famiglia. E se ciò succedesse anche ai nostri cari? Quale peso saremo costretti a portare, gravante sulle nostre fragili spalle incapaci di sorreggere delle semplici direttive scientifiche dettate più dal buon senso che dalle prospettive di un regime totalitario di stampo novecentesco? Eppure in molti tra coloro che hanno fatto ritorno nelle ultime settimane non hanno perso tempo e, nella “ritrovata” libertà, si sono apprestati a percorre allegramente le strade delle città natie come se i tempi non fossero quelli funesti testimoniati, nonostante le smentite dei delatori disinformati, proprio da quei medici che in prima fila stanno combattendo una vera e propria guerra di posizione contro la tirannia recante la corona. In momenti simili è necessario adottare comportamenti maturi e responsabili, con la consapevolezza di avere davanti un periodo colmo di difficoltà che ci impongono di tralasciare gli usi e i triviali costumi ai quali ci siamo assuefatti sulle comode sedute dei lounge bar. Non intendo tediarvi ulteriormente con l’ennesima descrizione di quanto si prospetta d’innanzi i nostri fragili occhi, ma ora più che mai urge con necessità impellente recuperare quella forza che abbiamo ricevuto dai nostri antenati i quali chiamati in guerra furono costretti ad affrontare gli orrori più impensabili, ma che grazie al loro sacrificio proprio alle nostre più giovani generazioni è stato possibile evitarne l’eterno ritorno. Pertanto, restate a casa, riducete al minimo i contatti sociali, recuperate dei libri e leggete, guardate dei film, ascoltate della musica, usate la tecnologia per accorciare le distanze con i cari e gli amici, ma evitate i luoghi affollati, non uscite, ad eccezione che nei casi urgenti. E abbiate fiducia, siate positivi, non cadete nella depressione, questo male passerà e forse torneremo a guardare il mondo con uno sguardo diverso. Non abbiate paura e siate coraggiosi, come coloro che hanno scelto di affrontare l’abisso pur guardandone le tenebre a fondo, come il nostro conterraneo Vincenzo, un tecnico di radiologia che vive e lavora in Piemonte e che sta affrontando insieme ai colleghi l’emergenza del virus. Oppure come Eugenio, studente siciliano che frequenta l’Università di Padova e che, nonostante la chiusura dei luoghi di studio, ha scelto consapevolmente di restare in Veneto pur di scongiurare un probabile contagio involontario il quale potrebbe provocare delle ripercussioni piuttosto gravose a causa delle condizioni di salute dei propri genitori e dei parenti, e che si autodefinisce “egoista” solamente per aver espresso preoccupazione per i soli cari quando, al contrario, tale prima motivazione può e deve costituire il primo passo concreto per l’acquisizione di una consapevolezza chiara e limpida delle problematiche che le comunità in cui viviamo, e in cui vivono coloro che amiamo, potrebbero incontrare nel prossimo futuro. Poi c’è Giacomo, un informatico che nonostante le possibilità offerte dal telelavoro ha preso la decisione di rimanere a Milano, nel centro della zona in quarantena. E lo stesso Giovanni, ingegnere calabrese a cui nemmeno per un istante è passata per la mente l’idea di tornare nei paesi dello Stretto. La responsabilità si dimostra in modi diversi, nella prudenza quotidiana, nella cautela, nell’etica morale e professionale. Recuperare questo sistema di valori non è complesso, tuttavia occorre che i più giovani capiscano che il momento di uscire e di divertirsi sarà domani, non oggi.



























